Be simple

A guardarli sulle immagini delle copertine dei primi album, i Lynyrd Skynyrd sembrano sei ragazzoni del sud con grandi sorrisi, lunghi capelli e sguardo di chi ha le idee molto ben chiare.

Lainardscainard

Il loro primo album si intitola non a caso Pronounced ‘Leh-‘nérd ‘Skin-‘nérd, per fugare subito ogni dubbio sulla loro sfrontatezza e sulla corretta pronuncia del loro bizzarro nome, e si apre con un pezzo che sembra una specie di manifesto programmatico, musicalmente e poeticamente: Ronnie Van Zant, il cantante-compositore, dice con chiarezza alla sua ragazza che non conta che lei sia incinta e che il padre faccia (legittimamente) pressioni, perché tutti e tre sanno perfettamente che lui non è quello giusto. I Ain’t no one apre l’album e la discografia dei Lynyrd Skynyrd con una intro di batteria fenomenale per sonorità e intensità, un riff di chitarra cattivissimo e un fischio beffardo che è tutto un programma. Ma per capire veramente chi sono i Lynyrd Skynyrd bisogna fare un passo indietro (nel mood politico e musicale dei primi anni ’70) prima di farne uno avanti (nella loro discografia).

Pronounced ‘Leh-‘nérd ‘Skin-‘nérd è del 1973. Un anno prima, Neil Young aveva inciso uno degli album più iconici dell’epoca, Harvest, prendendosela, nei versi di Alabama, con il sud reazionario, conservatore e razzista in cui si aggiravano ancora membri del Ku Klux Klan («See the old folks tied in white ropes»); è ora, conclude Young, che il sud esca fuori dalle rovine in cui si aggira e si faccia aiutare dal nord unionista: «You’ve got the rest of the union to help you along». Che i sudisti Lynyrd Skynyrd non fossero né conservatori né reazionari era facile capirlo; sarebbe bastato chiedere al professore Leonard Skinard che, soltanto per aver criticato i loro capelli lunghi, era stato consegnato alla storia della musica del XX secolo, immortalato per sempre nel nome della band. Che non fossero razzisti e anzi avessero consapevolezza del sentimento ‘segregazionista’ degli stati del sud lo avevano dimostrato denunciando, in un blues allegro e leggero ma dalle lyrics amare, Things goin’ on,  la gelida esistenza di chi vive in un ghetto e subisce le decisioni di chi governa da lontano. Ma guai a far la predica sui difetti del sud ai sei ragazzi di Jacksonville che facevano della identità southern una bandiera e della  bandiera confederata, erede della guerra civile, un addobbo permanente per l’asta dei loro microfoni. Nel comporre i pezzi per il secondo album, Second helping, i Lynyrd Skynyrd si divertono a rispondere a quello strano hippie unionista, per giunta nato a Toronto, che pontifica sul sud razzista dall’alto della sua camicia di flanella. L’album, pubblicato nel 1974, si apre con la canzone più famosa del gruppo: un arpeggio sincopato di una chitarra clean, inseguito da un cantato corale e da un solo di chitarra ‘acido’ proiettano per sempre Sweet home Alabama nell’immaginario universale dell’on the road, e permettono a Van Zant di cantare apertamente «spero che Neil Young ricordi che un uomo del sud non ha bisogno di lui» e di far presente agli ‘unionisti’ che come non tutti gli americani del Nord passano il tempo a intercettare i nemici politici (come in quei mesi pareva facesse Nixon) così non tutti quelli del Sud sono razzisti (come pare fosse all’epoca il Governatore dell’Alabama).

Aperto all’insegna dello sberleffo rivolto a certa musica del nord ‘impegnata’, l’album si chiude con l’omaggio a un grande figlio del sud. Tre anni prima, nel 1971 J. J. Cale – ispiratissimo chitarrista e cantante country blues di Oklahoma City – aveva aperto il suo album d’esordio con una divertente ballata, Call me the breeze. I Lynyrd Skynyrd prendono il pezzo, lo velocizzano e ci costruiscono sotto un meraviglioso incrocio di (tre) chitarre, marchio di fabbrica del gruppo, che ripetono ossessivamente il riff mentre si alternano in brevi soli. Il pezzo non ha stacchi né pause, corre tutto d’un fiato matenendo sempre la stessa, veloce cadenza e sembra davvero riprodurre il vento che, come recita il testo, soffia dalla California alla Georgia, da una costa all’altra dell’intera fascia degli stati del sud. Al centro di questi due pezzi storici che aprono e chiudono l’album (che resta probabilmente il migliore della band), i Lynyrd Skynyrd piazzano un piccolo capolavoro dalle lyrics dolci e malinconiche che descrivono perfettamente il carattere, l’identità e il contesto sociale e musicale in cui la band ha mosso i primi passi. Al di là delle polemiche con Young e dell’omaggio ‘sudista’ a J. J. Cale, è in The ballad of Curtis Loew, uno slow  dal sapore vagamente country, che i Lynyrd Skynyrd raccontano con semplice efficacia il loro rapporto con un mondo in cui il razzismo vive ancora sulla pelle di quelli che Malcom X esattamente dieci anni prima aveva definito ‘negri da cortile’. Curtis Loew è un black man con i capelli bianchi e ricci che, all’angolo della strada, in cambio di un bicchiere di vino suona il blues con il suo dobro. Il piccolo Ronnie cerca di raccattare qui e lì i soldi necessari per farlo suonare; se fosse per lui, resterebbe lì a sentirlo giorno e notte perché, ai suoi occhi, «Curtis Loew è il miglior bluesman di sempre». Ancora in gran parte discriminati, i Curtis Loew sparsi per gli stati del sud vivono la loro integrazione nello stretto spazio di una esibizione pagata con un bicchiere di vino; per questo, quando la vita li abbandona e nell’indifferenza generale i loro corpi finiscono buttati via in una radura – conclude Van Zant – non perdono altro che la vita che hanno perso.

 

Alti e bassi

Southern boys orgogliosi delle loro origini, politicamente scorretti, figli di una terra complicata e capaci tanto di sonorità particolarmente cattive quanto di malinconiche ballad, i Lynyrd Skynyrd dopo appena due album hanno già perfettamente disegnato la loro identità. Forse per questo i due album successivi, pur confermando la loro capacità di muoversi tra sonorità sferzanti e passaggi più ‘dolci’, non sono lavori memorabili. Nel terzo album, Nuthin’ Fancy, pubblicato nel 1975, i pezzi migliori hanno sonorità più morbide ma testi amari: donne poco raccomandabili e amici traditori trovano posto in Made in shade, una ballad che sembra suonata da una bandam con tanto di fiati e grancassa, e Am I losin’, un pezzo vagamente country nel quale Van Zant mostra un’altra coloritura della sua voce. Seguendo un ritmo serrato, nel 1976 i Lynyrd Skynyrd producono il loro quarto album, Gimme back my bullets. Il gruppo conserva il suo sound ma, anche in questo caso, i pezzi non sembrano ritrovare la potenza e l’incisività dei primi due album, soprattutto nella scrittura delle lyrics. Trust riprende i temi delle ballad di Nuthin’ Fancy e lascia (il giusto) spazio alla batteria di Artimus Pyle, che si diverte a inseguire i riff delle chitarre e i cori, concedendo il bis in Searching, pezzo dalle insolite sonorità da british blues.

Dopo due album non proprio straordinari per ispirazione, il timore che i Lynyrd Skynyrd avessero già concluso la loro parabola creativa viene fortunatamente fugato dal loro quinto lavoro, Street survivors, uscito anche in questo caso meno di un anno dopo il quarto.  I know a little è una specie di rock’n’roll in salsa southern composto dal nuovo, talentuoso chitarrista, Steve Gaines, autore anche del più cattivo shuffle Ain’t No Good Life; che il gruppo fosse nuovamente in uno stato di grazia lo conferma una traccia registrata all’epoca della pubblicazione dell’album ma inserita solo in una sua riedizione del 2008. Georgia peaches riporta il sound dei Lynyrd Skynyrd ai fasti dei primi album: le chitarre si incrociano senza doppiarsi, la voce ritrova i suoi diversi colori, ironici e all’occorrenza rochi e il basso di Wikeson guida la marcia con grande efficacia.

 

I ‘veri’ Lynyrd Skynyrd

Street survivors esce il 17 ottobre 1977 ed è l’ultimo album dei ‘veri’ Lynyrd Skynyrd. Tre giorni dopo, in un incidente aereo, Van Zant e Steve Gaines perdono la vita; tutti gli altri componenti del gruppo restano feriti, alcuni in modo permanente. La band si scioglie, il mito dei southern boys sembra svanire, definitivamente, perché i Lynyrd Skynyrd, che tra il 1973 e il 1977 hanno pubblicato tutto d’un fiato cinque album, hanno costruito un mood che sembra tramontare con loro. Quasi quindici anni dopo, Johnny Van Zant riprende il posto del fratello Ronnie e i ‘nuovi’ Lynyrd Skynyrd danno alle stampe 1991; negli stessi mesi vengono pubblicati Nevermind dei Nirvana, Achtung baby degli U2 e Ten dei Pearl Jam. Il mondo (musicale e non) è completamente cambiato e anche i suoni delle chitarre dei southern boys non sono più affilati come prima ma sembrano avvicinarsi alle sonorità sporche dell’hard rock; il sound della batteria perde le dinamiche che l’avevano caratterizzata e diventa molto più squadrata, mentre la voce di Van Zant junior è troppo graffiata in confronto con quella nasale del fratello. I nove album che i nuovi Lynyrd Skynyrd pubblicano, con line up sempre diverse, portano l’identità del gruppo in un posto musicalmente lontano dalle atmosfere sanguigne dei primi Lynyrd Skynyrd, tanto da rendere difficile inserire qualche brano di questa lunga stagione nel best of della band. Tentazioni prog, tanti riff da hard rockers, sonorità pop, ritmi funky complicano troppo un sound che aveva invece proprio nella essenzialità il suo inconfondibile marchio di fabbrica.

 

Bonus track

Che i ‘nuovi’ Lynyrd Skynyrd siano parenti (musicalmente) molto lontani della band che negli anni ’70 ha dato vita a un vero e proprio genere non significa che quel genere, il suo sound e le sue coloriture siano morte in quell’incidente aereo del 20 ottobre 1977. Basta prestare orecchio alla Ain’t Gonna rock with you no more che Damon Fowler inserisce nel suo (ottimo) The Whiskey Baiou Session, anno 2018, o alle attività della Southern hospitality (della quale Fowler fa parte) per accorgersi che c’è un pezzo di southern music saldamente ancorato a quella essenzialità compositiva e musicale diretta, amata da tanti e perfettamente rodata, che nella semplicità dei suoi schemi viene abitata con amore e consapevolezza dai suoi interpreti. Perché, come cantava Ronnie Van Zant in Simple man, è sempre cosa saggia cercare di restare un uomo semplice e essere ciò che si ama e si conosce.

 

http://bit.ly/BeSimple_LynyrdSkynyrd

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *