Fuori programma

Le emergenze sono, per definizione ed etimologia, momenti nei quali una criticità si impone e modifica l’orizzonte della normalità. Qualcosa emerge, si stacca dallo sfondo, pretende attenzioni e soluzioni e, per questo, mette alla prova le strategie di risoluzione dei problemi, la capacità cioè dei sistemi di riorganizzare i processi, tenendo ferme le proprie priorità di fondo ma ripensandole in modo fluido per adattarle alle nuove gerarchie di problemi.

Mission

In ambito medico questa operazione è, almeno in via teorica, più semplice. La mission di un sistema sanitario, la sua priorità di fondo è – banalizzando – supportare i malati e, ove possibile, aiutarli a guarire. In una emergenza, il sistema si riconfigura (ovviamente con tempi, capacità e efficacia diverse nelle specifiche situazioni) per garantire che tale missioncontinui a compiersi, dando priorità a quanti rischiano di più senza dimenticare gli altri.
Apparentemente, anche il sistema scolastico dovrebbe procedere nella stessa direzione. L’emergenza si impone sulla normalità e, con violenza, ne interrompe il flusso: scuole chiuse, programmi interrotti, valutazioni sospese, esami in forse. Così, il sistema deve riorganizzarsi per continuare a perseguire la sua mission.
Già.
Ma quale mission?

Lotta di classe

Se provassimo a chiudere gli occhi per tornare per cinque minuti ai nostri anni da studenti, ognuno riuscirebbe a riportare alla mente un vasto e variopinto carosello di memorabili aneddoti. Se tentassimo poi però di andare oltre nel ricordo, cercando di ricordare i contenuti di ciò che veniva spiegato in classe, avremmo probabilmente molta difficoltà a riempire anche solo una pagina con un elenco delle cose che abbiamo appreso. Ripensando oggi a quanto poco ricordiamo di ciò che ci hanno insegnato, potrebbe comprensibilmente venirci l’idea che la nostra esperienza scolastica sia stata soltanto un lungo percorso a ostacoli, una avventura condivisa con un gruppo di coetanei, coesi nel comune sforzo di respingere colpo su colpo un costante fuoco di fila di informazioni, nozioni, strumenti, metodologie; una vera e propria ‘lotta di classe’ (nel senso scolastico del termine) per arrivare vivi all’estate, ricaricare le batterie e riprendere a settembre.

Struttura di emergenza

E’ però paradossalmente proprio questo continuo, quotidiano e multiforme bombardamento la vera mission della formazione scolastica: mostrare la incontrollabile, irriducibile, frammentata, a volte violenta ma sempre straordinaria complessità del mondo che ci circonda e delle possibili interpretazioni che ciascun individuo può darne. È infatti quel susseguirsi affollato (e a sedici anni legittimamente urticante) di nozioni, competenze, informazioni che forma i ragazzi proprio perché li invade e li sovrasta con la sua vastità. È l’occasione di incontrare i saperi nella loro pluralità, di esplorare la capacità dell’uomo di produrre manufatti e concetti raffinatissimi, di sviluppare le proprie inclinazioni personali, di addestrare la capacità di cogliere la nascosta complessità delle cause dietro la apparente semplicità dei fenomeni. È il patrimonio di una comunità-mondo che con le sue dinamiche, le sue logiche, le sue atrocità e le sue meraviglie si rispecchia nello spazio a più voci della comunità-classe, luogo protetto in cui sviluppare la capacità di ascoltare, accogliere, rispettare e contrastare le interpretazioni che gli altri producono. E’ l’idea, antichissima, di una enkyklios paideia, una formazione che è ‘circolare’ perché unisce e connette in circuito più saperi e lo fa raggruppando, in circolo, una comunità. Perché fare scuola non è promuovere la conoscenza specifica e specialistica di una determinata disciplina né si configura come lo sforzo di studio del singolo, ma è sempre ascolto e scambio, cosmo di nozioni, metodi, discipline e, contemporaneamente, di individui, condivisioni e relazioni: ‘circolo’ di saperi che ‘circuitano’ una comunità.

Collegare, interpretare, progettare

Una scuola digitalmente aperta ha dunque certamente senso in questi giorni distanziati e, anzi, diviene presidio indispensabile di resistenza purché tutti quelli che operano al suo interno riescano a valorizzare a pieno questa sua natura comunitaria ed enciclo-pedica, puntando a tre, fondamentali finalità:

1. Mantenere il senso della comunità. Mai come oggi i ragazzi non hanno alcun bisogno di ritrovarsi nelle classi virtuali della didattica a distanza per tenersi in contatto. Giocare online, scambiarsi messaggi o anche mangiare una pizza in una grande videochat hanno coloriture di socializzazione certamente preziose ma indubbiamente diverse da quelle generate in una comunità scolastica. Un gruppo classe è prodotto dalla stratificazione quotidiana dei vissuti, è condivisione di percorsi, compresenza di competenze verticali e ascolto orizzontale. È camminare assieme allenandosi a rispettare le diverse velocità di apprendimento e di risposta. Mantenere aperto online lo spazio della didattica deve servire innanzitutto a non spezzare questi fili e anzi a mostrare quanto essi, proprio nelle situazioni più drammatiche, diano vita a una rete di protezione irrinunciabile che va ben oltre il movimento unidirezionale di trasmissione dei saperi.


2. Offrire strumenti di lettura del presente
. Pensare che lo sforzo necessario a superare le mille difficoltà legate all’erogazione della didattica online sia finalizzato solo a concludere i programmi o a portare a compimento le valutazioni significherebbe, per l’intero sistema scolastico, buttar via l’occasione di rivendicare il ruolo che naturalmente le spetta, quello cioè di ‘agenzia formativa’ deputata a mettere a disposizione dei ragazzi strumenti di lettura della realtà. In nessuna occasione come in quella presente la scuola deve riscoprirsi, letteralmente, una ‘struttura di emergenza’, capace cioè di far emergere chiavi di lettura che permettano ai ragazzi di andare al di là delle semplificazioni, delle angosce, delle misurazioni, dei bollettini sanitari e delle speranze individuali; deve aiutarli a comprendere le premesse scientifiche delle curve statistiche, a decodificare il linguaggio e la terminologia della scienza medica, a ripercorrere la serie di apocalissi che in modo ricorrente hanno sempre abitato la storia, a farsi accompagnare in giorni bui dalla capacità della letteratura, della filosofia, dell’arte, della musica di raccontare le tragedie dell’umano, e così via, lasciando a ogni disciplina lo spazio per dare il suo contributo di interpretazione di questa strana quotidianità.

3. Dotarsi di strategie condivise per il domani. E’ quantomeno ingenua l’idea che l’emergenza che viviamo, e il conseguente distanziamento sociale, si concluderanno magicamente allo scadere dei provvedimenti governativi. Per questo, la scuola deve prepararsi ad affrontare on line, con ogni probabilità, tanto la conclusione di quest’anno quanto l’inizio del prossimo, tenendosi pronta a riattivare le sue risorse a distanza a ogni futuro lockdown. Questo significa non solo pretendere risorse economiche a supporto dello sforzo tecnologico richiesto a docenti e studenti, ma anche fare tesoro delle esperienze di queste settimane, degli errori, dei risultati conseguiti e delle criticità strutturali (come, per esempio, la mancanza di una piattaforma unica che permetta una migliore relazione tra docenti di scuole diverse). Significa favorire lo scambio di esperienze tra i docenti e con gli studenti, promuovere le interazioni tra la scuola e le altre agenzie (in)formative del territorio (università, musei, archivi, biblioteche, etc.). Produrre, in sintesi, un processo condiviso, che porti a dar vita a un know how comune, patrimonio di tutti, e non a un insieme di esperienze sciolte e senza prospettiva sistemica.

A queste condizioni, la scuola riuscirà a mostrarsi come una risorsa indispensabile per la tenuta stessa del nostro tessuto sociale e scoprirà, alla fine di questa emergenza e del lungo strascico che essa porterà con sé, di essere cresciuta in consapevolezza, strumenti e ruolo sociale, perché sarà stata capace di continuare a produrre, tra fabbriche chiuse e serrande abbassate, coesione di persone, circuiti di saperi e circoli di parole, tre antidoti indispensabili in questi giorni solitari, confusi e silenziosi.

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