La necessità di una scienza pubblica

Il nuovo modello di gatekeeping (ne abbiamo parlato qui) rappresentato dai social network ha intercettato e amplificato l’aspirazione degli utenti a partecipare ai processi decisionali relativi alla loro esistenza, a essere ‘opinione pubblica attiva’.  Questo desiderio di ‘protagonismo dal basso’ suscita spesso timori per la sua natura fluida e per la violenza o le storture che può produrre. Ma, come si definisce e, soprattutto, cos’è l’opinione pubblica?

 

La parola ‘opinione’ di per sè non ha mai goduto di grande fortuna nel mondo filosofico. Da Platone in poi, l’opinione (la doxa) indica infatti una valutazione che viene formulata da chi non ha competenze adeguate rispetto a ciò di cui sta parlando. Il termine greco che usa Platone è particolarmente utile per capire questa definizione. La parola doxa deriva infatti dal verbo dokeo, che significa ‘penso, credo, immagino’ ma, ancora di più, ‘mi sembra’. Per esempio, un medico avrà opinioni, cioè giudizi formulati senza particolare competenza, sulla politica o sulla finanza; nel campo della dignostica, invece, si presume che non avrà semplici opinioni ma giudizi fondati su una competenza. Per questo, almeno in teoria, mentre è sensato fidarsi, nello scegliere una cura, della valutazione di un medico, sarebbe poco avveduto basarsi sulle sue opinioni per scegliere come investire in borsa. Se dunque l’opinione è l’universo del ‘mi sembra’ e non quello del ‘so che’, se cioè avere ed esprimere una opinione è sostanzialmente parlare di cose che in massima parte si ignorano e che confluiscono in una conversazione nella quale c’è poco di fondato, perché gli uomini le producono o le usano? Prima ancora, allora, di capire come produciamo giudizi più o meno affidabili o opinioni, è importante chiedersi perché lo facciamo; è cioè importante “non solo chiedersi ‘a che cosa ci riferiamo quando parliamo e con quale attendibilità?’ (…) bensì anche ‘che cosa ci fa parlare?’ ” (Eco 1997, p. 4). 

Prima ancora di capire come produciamo giudizi più o meno affidabili o opinioni, è importante chiedersi perché lo facciamo

 

L’esigenza del comunicare e la complessità del conoscere

Ci sono due elementi, entrambi essenziali, coinvolti in tale dinamica, e che potremmo per sintesi definire come l’esigenza del comunicare e la complessità del conoscere. Per ‘esigenza del comunicare’ intendiamo che, per natura, l’uomo non sopporta l’idea di tacere dinanzi ai fenomeni o agli avvenimenti. Il mondo si offre continuamente al suo sguardo che, quando intercetta nel suo orizzonte visuale o cognitivo un oggetto o un avvenimento, si sente quasi da questo interrogato, spinto a indagarlo e a giudicarlo.  Rispetto infatti al complesso orizzonte di cose che, in ogni istante, abbiamo di fronte e ci si presentano, qualcosa d’improvviso si staglia sullo sfondo, cattura il nostro sguardo, pretende di essere attenzionato, osservato e, dunque, detto, comunicato; ci si offre dunque un “Qualcosa-che-ci-prende-a-calci e ci dice ‘parla!’ – o ‘parla di me!’, o ancora, ‘prendimi in considerazione’” (Eco 1997, p. 5). Questo atto primordiale, che in ogni occasione dà inizio al processo cognitivo e comunicativo, “è la decisione ancora cieca per cui, nel magma dell’esperienza, individuo qualcosa con cui debbo fare i conti”; non è un atto primario dell’attenzione che si rivolge a qualcosa, ma è, esattamente e indecifrabilmente al contrario, “il qualcosa che sveglia l’attenzione” (Eco 1997, p. 6). Dinanzi a questo offrirsi invadente della realtà, appunto, l’uomo non sa né vuole tacere.

Rispetto al complesso orizzonte di cose che, in ogni istante, abbiamo di fronte e ci si presentano, qualcosa d’improvviso si staglia sullo sfondo, cattura il nostro sguardo; un “qualcosa-che-ci-prende-a-calci e ci dice ‘parla!’ – o ‘parla di me!’, o ancora, ‘prendimi in considerazione’

 

Ma – e qui interviene il secondo elemento prima citato – questo suo irrefrenabile desiderio di parlare del mondo e dei fenomeni si scontra con l’oggettiva ‘complessità del conoscere’, la difficoltà o, meglio ancora, l’impossibilità che quegli stessi fenomeni possano realisticamente essere conosciuti tanto bene nella loro interezza da permettere di elaborare su di essi un giudizio fondato. L’uomo si muove dunque sospeso tra queste due condizioni: non è nella sua natura né tacere dinanzi allo spettacolo del mondo che continuamente si offre al suo sguardo né però riuscire a coglierlo con competenza tutto. L’opinione diventa così il luogo di questa contraddizione, perché è esattamente il tipo di ‘prodotto’ che permette all’uomo di parlare di qualsiasi cosa senza avere conoscenze approfondite su di essa. Avere opinioni non è dunque un processo intellettualistico ma è legato a un dato inevitabilmente connesso alla condizione di tutti gli uomini, e cioè il desiderio di esprimersi. Si può dunque tranquillamente affermare, con una immagine solo apparentemente iperbolica, che è proprio questo innato desiderio che tutti abbiamo di rendere pubbliche le nostre opinioni private (e ‘dilettantesche’) a dar vita alle relazioni sociali che viviamo (Cristante 2004, p. 7). La possibilità di formulare opinioni, di parlare cioè anche (se non soprattutto) di cose che non si conoscono, è infatti alla base della vita associativa e dei rapporti interpersonali, che nella stragrande maggioranza dei casi si riducono appunto a scambio di opinioni, momenti cioè nei quali ognuno dice la sua su cose delle quali sa poco o niente e discute con altri ‘incompetenti’ senza ovviamente arrivare a nessun risultato che non sia un po’ di ginnastica sociale. Questa attitudine tutta umana, questa esigenza di dar vita a un ‘luogo’ mediano come l’opinione, che tutti possono dialogicamente abitare ma che nessuno è in grado gnoseologicamente di dominare, è a fondamento del prodursi quello che chiamiamo ‘opinione pubblica’.

La possibilità di formulare opinioni, di parlare cioè anche (se non soprattutto) di cose che non si conoscono, è alla base della vita associativa e dei rapporti interpersonali

 

L’opinione pubblica

Nel 1922, Walter Lipmann pubblicò quello che è poi diventato un vero e proprio classico della letteratura giornalistica e sociologica, vale a dire Public Opinion. Il presupposto del discorso di Lippmann è che l’immagine del mondo in cui viviamo non corrisponde a quel mondo; rispetto cioè alla ‘scena dell’azione’, vale a dire alla realtà come effettivamente è, gli uomini creano rappresentazioni generiche che poi riutilizzano per produrre giudizi su quel medesimo mondo (Lipmann 1924, p. 26 e p. 30). La produzione di queste rappresentazioni trova fondamento proprio nella struttura cognitiva prima evidenziata relativamente all’opinione; rispetto alla complessità della realtà l’uomo, come detto, può essere competente su un particolare segmento ma resta del tutto allo scuro delle norme che regolano la serie dei fenomeni che non rientrano nel suo campo di conoscenze. Per questo, se è un esperto di processi chimici, molto probabilmente ignorerà del tutto le logiche che governano l’alta finanza, così come se è un politologo non avrà dimestichezza con le regole di produzione industriale di alcuni manufatti, e così via. Come detto, nonostante questa condizione di sostanziale ignoranza dei meccanismi che governano tutti i processi della realtà nei quali non si è stricto sensu competenti, nessuno accetta di tacere rispetto al mondo che lo circonda e quindi produce (o molto più spesso accoglie) una opinione, cioè un giudizio non fondato su una specifica competenza, e in base a questa opinione giudica il mondo: “se il suo atlante gli dice che il mondo è piatto, l’uomo non farà rotta verso ciò che ritiene l’orlo del nostro pianeta per paura di cadere giù” (ibid., p. 34). 

Gli uomini creano rappresentazioni generiche del mondo che poi riutilizzano per produrre giudizi su quel medesimo mondo

 

Stereotipi

Impossibilitato a essere competente su tutto (perché “l’uomo non è un dio aristotelico, capace di contemplare con un solo sguardo l’intera esistenza”, ibid., p. 36) ma incapace di tacere (le due condizioni prima definite come l’esigenza del comunicare e la complessità del conoscere), l’uomo deve affidarsi dunque a immagini generiche e generaliste, quelle che Lipmann chiama stereotipi (ibid., p. 65), che lo aiutano a giudicare, incasellare e, dunque, ‘dire’ il mondo pur ignorandone le logiche e le meccaniche. Usare gli stereotipi è infatti, per tutti gli uomini, particolarmente utile; tutti gli individui di una comunità, nella inevitabile ignoranza dei dettagli della realtà, sono infatti naturalmente portati ad affidarsi, sia nelle loro riflessioni personali e intime sia nei momenti di confronto, a stereotipi  perché “il tentativo di vedere tutte le cose con freschezza e in dettaglio, invece che nella loro tipicità e generalità, è spossante” (ibid., p. 68). Cercare di capire come stanno veramente le cose, tentare di comprendere se l’immagine che abbiamo di una realtà coincida con i dati di quella realtà medesima richiede fatica, impegno, dedizione e, spesso, fallisce; è dunque naturalmente più comodo valutarla en passant grazie a uno stereotipo che è, anzi, stato creato proprio per quel fine.

L’opinione è dunque il prodotto che permette all’uomo di dar seguito al suo naturale desiderio di esprimere idee personali anche su temi dei quali sa molto poco. Ampliando un po’ l’orizzonte è facile arrivare a definire ‘opinione pubblica’ come la formula linguistica con la quale si descrive il fatto che tutti i soggetti di una comunità (il pubblico appunto) accolgono o producono stereotipi, cioè immagini generiche e generaliste utili a pensare la realtà. Si può in tal senso  affermare che, per parlare di opinione pubblica, non è necessario che essa sia formalmente elaborata ed espressa (per esempio su un giornale o come “pubblica argomentazione razionale”, come voleva Habermas 1962, p. 41 o in un qualsiasi altro luogo di aggregazione, dalla locanda alla chiesa passando per le fiere o le piazze) né che sia oggetto di discussioni di piccoli o grandi gruppi ma che essa sia l’insieme, astrattamente inteso, delle opinioni di tutti gli individui che formano una determinata comunità, a prescindere da quanto queste opinioni vengano realmente scambiate e concretamente pubblicizzate. 

‘Opinione pubblica’ è dunque la formula linguistica con la quale si descrive il fatto che tutti i soggetti di una comunità (il pubblico appunto) accolgono o producono stereotipi, cioè immagini generiche e generaliste utili a pensare la realtà. 

 

Proprio in tale sua natura prettamente teorica essa non esiste se non nel momento in cui il suo feedback diventa interessante per qualcuno. Nella società infatti diversi soggetti e istituzioni danno vita a ‘prodotti’ di diversa natura il cui valore è legato al giudizio dei soggetti a cui sono destinati: programmi politici, oggetti messi in commercio, iniziative culturali, etc.. Fino a che dunque non vota in cabina elettorale, non giudica un prodotto in vendita, non valuta una lezione universitaria, l’opinione pubblica non esiste o, quantomeno, non è rilevante; resta come sottobosco, come insieme magmatico di valutazioni dei singoli. Se dunque il valore dell’opinione pubblica è direttamente collegato a quanto essa può incidere sul destino di un ‘prodotto’, è evidente perché la sua importanza sia andata via via crescendo nel corso degli ultimi decenni.


Latinorum

“Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?”. (…)
“Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta”.
“Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?”.
“Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?”.
Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis,…” cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
“Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.
“Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa”.

Questo serrato dialogo del secondo capitolo dei Promessi sposi è forse uno dei ‘luoghi’ della storia della letteratura italiana più conosciuti ma è anche un esempio efficacissimo della relazione tra possesso della conoscenza, esercizio del potere e incidenza sull’opinione pubblica. Lo scontro si muove nel perimetro del più classico modello di gatekeeping verticistico sfruttato per costruire una immagine della realtà credibile ma falsa: Don Abbondio cita elementi giuridici ‘veri’ (vale a dire realmente presenti nella legislazione del tempo) ma per un fine ‘falso’ (cioè non per senso di giustizia ma per sviare Renzo); parallelamente, Renzo ha di quelle leggi una conoscenza ‘falsa’ (vale a dire che le ignora, e per questo le irride con il nome spregiativo e canzonatorio di latinorum) ma la sua percezione della situazione è ‘vera’ (cioè ha compreso che Don Abbondio sta cercando di accampare scuse). L’uso del sapere come strumento donnabondiano di coercizione e controllo della opinione pubblica caratterizza tutta la storia della nostra cultura. Nel corso dei secoli, questo è stato il modello di produzione degli stereotipi con i quali di volta in volta i grandi player della storia (scuola, università, chiesa, partiti politici, etc.) hanno dominato epoche e segmenti della vita sociale, ignorando sostanzialmente i feedback provenienti dall’opinione pubblica. In un modello di gatekeeping ‘classico’, nel quale cioè chi domina i processi informativi, educativi e politici trasmette il suo sapere e le sue decisioni in modo unidirezionale, il pubblico non interagisce con i vertici ma si limita a ricevere passivamente modelli, dati e istruzioni. La nuova sensibilità ‘politica’ e interagente della stagione digitale ha prodotto invece una generica indisponibilità ad accettare, come in passato, che le decisioni che riguardano tutti vengano prese da pochi, per giunta senza alcun confronto con la ‘base’. Che basti cioè citare il latinorum per avere ragione.

L’ormai acquisita e diffusa abitudine a esprimere le proprie idee, a condividerle online, a leggere pareri sta de facto decostruendo il modello semplicemente trasmissivo di relazione con l’utenza che ha funzionato per secoli. Per questo motivo, la relazione che chi detiene il sapere deve oggi intrattenere con l’opinione pubblica va forse immaginata in una modalità diversa da quella – troppo spesso utilizzata nei secoli passati – di una verticalità donabbondiana, nella quale cioè chi ascolta tace. Alla ricerca scientifica è oggi richiesta infatti una nuova sensibilità politica: alla maggiore dinamicità nella costruzione dell’opinione pubblica si collega infatti inscindibilmente il pericolo che la facilità di produzione di contenuti (che oggi permette a chiunque di esprimere e diffondere le proprie idee usando un qualsiasi device e una connessione, unita appunto a questo desiderio diffuso di ‘dire la propria’) generi un overflow di informazioni, un mare magnum così vasto da essere sviante e, soprattutto, non fondato su competenze necessarie e dunque derubricabile a semplice (ma disturbante) ‘rumore di fondo’ nella pubblica opinione. E’ proprio in relazione a questo rischio che acquisisce un ruolo prezioso la possibilità di una Public Science, cioè di attività di divulgazione realizzate da soggetti competenti (ricercatori, studiosi, docenti, etc.) e rivolte alle comunità per arginare il diffondersi di informazioni false o non rigorosamente fondate.

Il valore della Public Science è, come detto, interamente etico, di sensibilità politica: la ricerca scientifica può infatti decidere di vivere come attività che non ha necessità di condividere i propri risultati con il pubblico dei non competenti; se sceglie invece di aprirsi al pubblico è soltanto perché accoglie come positivo il desiderio, ormai diffuso, di maggior partecipazione e al contempo ritiene pericoloso e, ancor di più, sbagliato lasciare che a tale bisogno di maggiori conoscenze che proviene dagli utenti rispondano, su temi sensibili per l’identità di una comunità, personaggi non competenti, le cui affermazioni cioè non si fondano su una rigorosa pratica di ricerca. 

 

Da leggere
  • Cristante S., L’onda anonima, Roma 2004.
  • Eco U., Kant e l’ornitorinco, Milano 1997.
  • Lipmann W., Public Opinion, New York 1922.

 

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