Open mind.
Le opportunità di una scienza aperta

La relazione tra i membri di una comunità scientifica, soprattutto nella forma della moderna editoria specialistica, è un esempio particolarmente interessante di applicazione del modello verticistico di gatekeeping (ne abbiamo parlato qui), vale a dire delle azioni di controllo che i vertici di una struttura gerarchica mettono in campo per controllare quante e quali informazioni vengano trasmesse alla utenza.  L’analisi di tale relazione tra professionisti della ricerca rientra in un particolare segmento di studi, chiamato ‘sociologia della scienza’. Già Nel 1973, R. K. Merton identificava quattro elementi imprescindibili e istituzionali di una corretta prassi scientifica che la descrivono come universale, comunitaria, disinteressata e autocritica. La ricerca deve essere universalmente aperta a chiunque, a prescindere da ‘collocazioni’ politiche, etniche o religiose e deve svolgersi in una costante condivisione dei procedimenti e dei dataset tra i membri della comunità, tutti pronti a mettere continuamente e reciprocamente in discussione e criticare i risultati parziali raggiunti. Solo così essa si pone su un piano valoriale che le permette di fissare come suo fine non il profitto e l’interesse di un particolare segmento politico o economico ma l’avanzamento delle conoscenze dell’umanità in un determinato segmento del sapere (d’Andrea et alii 2005, p. 28).

Il quadruplice principio enunciato da Merton disegna evidentemente una immagine solo teorica della ricerca scientifica che, calata nella realtà contingente della sua attività pratica, ‘tradisce’ spesso (se non sempre) uno o più di tali principi. In tal senso, è possibile ripensare i quattro principi a coppie, perché la natura universale e disinteressata del processo di ricerca è legata a fattori esogeni rispetto al mondo stesso degli studiosi, mentre l’aspetto comunitario e di autocritica è legato a fattori endogeni. Per garantire infatti che la ricerca sia universale (cioè virtualmente aperta a qualsiasi soggetto) e disinteressata (cioè svincolata da prospettive di necessario profitto) è necessario che si verifichino particolari condizioni politiche ed economiche a contorno. La ricerca è infatti una attività costosa perché deve finanziare strutture, materiali, ricercatori e attività di diffusione e di networking. Questi costi possono essere sostenuti o da enti di ricerca, pubblici o privati, o da aziende. In entrambi i casi deve dunque esserci uno stakeholder esterno che inevitabilmente determina qualità e tipologia della composizione dei gruppi di ricerca, con una diretta incidenza proprio sui valori di universalità e disinteresse della ricerca stessa. Per un verso, infatti, le pratiche di reclutamento, in special modo degli enti di ricerca, non sempre rispettano principi di terzietà e di equilibrio tra le componenti; per un altro, in particolare nelle aziende, le attività di ricerca sono naturalmente orientate alla produzione di un profitto, anche solo ai fini di avere nuovi fondi per altre ricerche (Williams – Edge 1996). Nella vita pratica, dunque, i ricercatori svolgono il loro lavoro in contesti dei quali o non decidono né canali e criteri di reclutamento o sono vincolati a una cogente logica ‘risultatista’.

 

La ricerca scientifica deve essere universalmente aperta a chiunque, a prescindere da ‘collocazioni’ politiche, etniche o religiose e deve svolgersi in una costante condivisione dei procedimenti e dei data set tra i membri della comunità, tutti pronti a mettere continuamente e reciprocamente in discussione e criticare i risultati parziali raggiunti.

 

Condividere per ‘criticare’

Al netto di queste difficoltà, che incrinano già profondamente la prospettiva disegnata da Merton, alle comunità di studiosi è invece pienamente delegata la responsabilità degli altri due elementi ‘endogeni’, e cioè la comunitarietà e la autocritica, aspetti per certi versi collegati perché la capacità di mettere in discussione il proprio lavoro è direttamente proporzionale a quella di accogliere critiche e suggerimenti da parte di altri membri della comunità scientifica che si identificano come interlocutori credibili. Potremmo dunque dire che l’attitudine ‘scettica’ della scienza, se è per un verso legata all’indole culturale dei ricercatori, vale a dire alla loro predisposizione a vivere la propria attività di ricerca come un processo mai definitivo nei risultato e dunque sempre aperto al contributo altrui, per un altro è profondamente legato alla qualità dell’esperienza comunitaria: l’abitudine e la disponibilità a mettere in discussione i propri risultati è infatti, se non indotta, certamente facilitata e potenziata da una sana relazione intrascientifica, condizione forse non sufficiente ma certamente necessaria per creare l’ambiente nel quale quelle critiche acquisiscano il loro giusto valore e peso, vengano cioè percepite non come attacchi personali ma come step funzionali al percorso comune. Riprendendo lo schema di Merton, posto dunque che la comunità scientifica può solo in modo marginale intervenire direttamente a garanzia della universalità e del disinteresse della propria attività, è invece protagonista nella definizione delle regole interne di convivenza tra i suoi membri perché esse favoriscono la capacità autocritica di ciascuno, a tutto vantaggio del progresso della ricerca stessa.   La costruzione di queste relazioni tra membri delle comunità scientifiche avviene in modalità diverse. La più semplice e diretta è quella istituzionale, vale a dire la comune afferenza alla medesima istituzione. E’ evidente come la natura di tali legami è di per sè blanda; appartenere ai quadri di un ente o di una azienda produce momenti di interazione solo istituzionali, quelli cioè ai quali tutti sono chiamati per dovere contrattuale, e quindi senza alcuno scambio reale e senza dar vita a una vera comunità. All’interno di tali istituzioni, o per cooptaggio diretto o per relazioni che sorgono in occasione di progetti specifici, vengono a crearsi sotto-aggregazioni (come i gruppi di ricerca) al cui interno i vincoli possono essere formali (cioè contrattualizzati) o informali (quello che comunemente viene definito come invisible college) (Zucala 2005). La natura se non spontanea ma certamente volontaria e progettuale di tali sotto-aggregazioni, che ovviamente possono trasversalmente coinvolgere membri appartenenti a istituzioni diverse e lontane geo-politicamente, le rende il vero motore di una ricerca scientifica ‘mertoniana’; esse infatti sono pensate proprio come luoghi nei quali dar vita a comunità più o meno estese, tutte accomunate dalla prospettiva di far avanzare la ricerca in un determinato settore e dunque teoricamente ben predisposte a un confronto interno anche critico. 

 

Un nuovo modello: l’Open Science

Al di là dei rischi di ‘tossicità’ ai quali queste comunità vanno incontro, soprattutto per la loro natura inevitabilmente gerarchica che le struttura (perché la ricerca vede sempre un principal investigator attorno al quale si costruiscono piramidalmente posizioni di collaborazione più o meno subordinata), anche il quadro di questa virtuosa comunitarietà va meglio analizzato e chiarito. Per farlo, è utile confrontare due modalità di diffusione dei risultati tipici del mondo della ricerca: i convegni e le pubblicazioni. La struttura dei convegni prevede, con diverse declinazioni, l’esposizione dei risultati della ricerca da parte di uno speaker e una serie di interventi da parte del pubblico; la partecipazione a un convegno implica spesso una fee, che va dalla quota di iscrizione alle spese residenziali e di viaggio. La tipologia di interazione convegnistica appena descritta permette di lavorare in corpore vivi: lo speaker ha infatti la possibilità di esporre lo stato dei suoi lavori e ricevere critiche e suggerimenti utili e ai quali, soprattutto, può rispondere in tempo reale; il pubblico viene informato dell’avanzamento di una ricerca e può manifestare il suo appoggio o i suoi dubbi interloquendo direttamente con i protagonisti di quella indagine. L’interazione dunque è rapida e immediatamente efficace ma (a meno di non prevedere forme di pubblicazione, che ricadono nella seconda fattispecie che analizzeremo tra poco) volatili, vale a dire utili solo per quanti materialmente partecipano a quell’appuntamento. Il meccanismo è specularmente applicabile al mondo delle pubblicazioni. Un ricercatore descrive in forma scritta il suo processo di ricerca e i  risultati conseguiti, con più fatica ovviamente di quanto accade per la realizzazione di un talk a un Convegno; gli utenti, anche qui in cambio di una fee (l’acquisto del volume o del paper) entrano in contatto con i risultati della ricerca pubblicati e, se vogliono, possono replicare, scrivendo delle recensioni o degli altri paper di commento, di supporto o di confutazione.  Il punto di forza di questa tipologia di relazione è la sua tracciabilità: tutte le opinioni sono scritte e restano come patrimonio anche per il futuro; il punto di debolezza è ovviamente la lentezza, perché i tempi di scambio di informazioni e pareri tra pubblicazioni è necessariamente lungo. Dunque, le comunità di ricercatori comunicano o ‘in diretta’ e con rapida efficacia negli appuntamenti convegnistici o ‘a distanza’ con lenta tracciabilità in forma scritta. Proprio nella direzione di fondere gli aspetti virtuosi di queste due modalità si muove la prospettiva della Open Science. La scienza aperta è infatti un modello di relazione tra i membri di una comunità scientifica finalizzato alla condivisione interattiva, in tempo reale, di strumenti e risultati della ricerca. Questa modalità di relazione scientifica, che garantisce la difesa degli aspetti di comunitarietà e autocritica prima ricordati, affonda le sue radici nella storia stessa della scienza. E’ però evidente come oggi il tema sia centrale in virtù delle potenzialità garantite dagli strumenti digitali, della possibilità cioè concreta di realizzare repository digitali dunque da utilizzare come una sorta di convegno virtuale, permanente, interattivo e scritto. In tale direzione, piattaforme specifiche, come il Project Jupyter e Apache Zeppelin, permettono la condivisione di notebook relativi alla produzione di software; altre iniziative come Arxspan, eLABJournal, Hivebench o LabArchives supportano invece ricerche open nell’ambito delle scienze bio-chimiche e medicali (e, più in generale, su lavori che richiedano la condivisione di dataset sperimentali); prodotti più modulabili, come Docollab, permettono di condividere documenti e fogli di calcolo, e veri e propri framework completi, come OpenScienceFramework. Alcuni di questi prodotti richiedono, per un utilizzo avanzato e condiviso con più utenti, il pagamento di un abbonamento; sul versante, invece, dei prodotti gratuiti uno degli strumenti maggiormente utilizzati dai team o da singoli ricercatori per la sua semplicità (come nel caso di OpenWetWare). 

La scienza aperta è un modello di relazione tra i membri di una comunità scientifica finalizzato alla condivisione interattiva, in tempo reale, di strumenti e risultati della ricerca.

Quattro regole per l’Open Science

A prescindere dalla tecnologia utilizzata, anche le sperimentazioni sull’Open Science, come ogni processo che unisce più utenti, richiedono poche regole ma di fondamentale importanza per evitare che la condivisione si trasformi in una sterile anarchia.          

1. La ricerca scientifica non è mai orfana, tantomeno quella condotta con modalità open. Ciò significa che è sempre necessario distinguere due gruppi nell’insieme degli attori coinvolti in una ricerca condivisa: i ricercatori, promotori della ricerca stessa, e gli utenti, che a diverso titolo partecipano al processo. I ricercatori sono dunque i titolari della ricerca; gli utenti sono quelli che accedono ai risultati e, eventualmente, li commentano. Lavorare in modalità open non significa infatti privare i ricercatori del titolo di intestatari della ricerca né negare la proprietà intellettuale che, pur non monetizzata, deve sempre essere garantita per il titolare della ricerca. Rispetto ai membri del gruppo di ricerca, gli utenti della comunità scientifica che contribuiscono con un commento, aggiungendo dati o fornendo feedback lo fanno a titolo sempre e soltanto gratuito; non possono dunque pretendere di essere considerati parte del lavoro né tantomeno possono rivendicare il titolo di co-ricercatori. È ovviamente nella facoltà di chi conduce la ricerca di proporre, a utenti particolarmente attivi o brillanti, di diventare a loro volta collaboratori, coinvolgerli direttamente e condividere con loro la titolarità della ricerca.  

2. La ricerca scientifica non è mai democratica. La ricerca open non è una piazza virtuale nella quale scambiarsi opinioni, ma un luogo di studio ‘piramidale’ aperto da un ricercatore (o da un team) e nel quale ciascuno contribuisce con le proprie competenze che hanno valore proprio in virtù della loro diversità e delle loro articolazioni. Ogni utente deve dunque mettere a disposizione le sue competenze in modo trasparente: non è possibile usare profili anonimi ma ogni utente deve essere riconoscibile, soprattutto rispetto al suo curriculum. Rispetto a questa variegata comunità, i ricercatori stabiliscono in modo insindacabile, rispetto alla modalità open di diffusione dei dati che hanno scelto: a) quando e fino a quando adottarla; b) con quali utenti farlo; c) quali contributi accettare e quali cancellare; d) quali contributi integrare nel lavoro e se citare gli utenti che li hanno realizzati  

3. La ricerca scientifica non è ricerca della performance. Il senso di un lavoro open sta nella sua capacità di permettere a chiunque di seguire, passo dopo passo, il procedere di un lavoro di ricerca; condividere in tal modo anche le intuizioni sbagliate, le sviste o i semplici errori materiali significa accettare che chi osserva il percorso venga a conoscenza anche dei limiti o dei ‘passi falsi’ della ricerca. Questo – che può rappresentare a prima vista l’esito peggiore e per certi versi più ‘imbarazzante’ di una condivisione del proprio percorso di ricerca – costituisce invece la vera risorsa ‘didattica’ che le nuove tecnologie mettono a disposizione e che muta radicalmente il senso del processo di ‘pubblicazione’; proprio infatti la condivisione delle strategie che lo studioso, incappato in una difficoltà o in un vero e proprio errore, ha messo in campo per procedere con il suo percorso rappresenta un momento formativo al pari di quello in cui, alla fine della sua ricerca, ne condivide i risultati.  

4. Pubblicare non è reato. Le ricerche condotte in un contesto open non devono necessariamente rimanere sempre tali. Non è ‘immorale’ pensare che, a un certo stadio del processo, se ne possano pubblicare i risultati proprio come momento potenzialmente ancora revisionabile dello stesso iter. Sia in modalità cartacea classica (anche con iniziative di self publishing) che in modalità digitale (aperta o meno), è lecito che il ricercatore (anche solo per legittime preoccupazioni di avanzamento di carriera) dia una facies editoriale ‘chiusa’ alla sua ricerca, mantenendo aperto il suo dataset condiviso, per continuare a lavorarci e ricevere altre interazioni dagli utenti.

 

Da leggere
  • Merton R. K., The Sociology of Science, Chicago 1973.
  • D’Andrea L.,  Quaranta G., Quinti G., Manuale sui processi di socializzazione della ricerca scientifica e tecnologica, Roma 2005.
  • Williams A. R., Edge D., The social shaping of technology, in Research Policy,  25 (1996), pp. 856-899.
  • Zucala A., Modeling the invisible college, in Journal of the American Society for Information Science and Technology, 57/2 (2006), pp, 152-168.

 

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